Ogni tanto si apre un buco nero.
Potente,
misterioso. Nero. Attira dentro di sè ogni traccia di luce e mi lascia
spossata. Facciamo a braccio di ferro, io e lui, il buco nero.
Ogni
tanto vince lui. E non ricordo più perché ero felice, perché tutto
stava in piedi, perché mi sentivo serena, perché tutto era in ordine,
perché andava tutto bene e perché avevo fatto la scelta giusta.
Sento
solo un vuoto, un flusso che scorre via dalla mia bocca dello stomaco
verso il buco nero, e il senso che qualcosa manchi, che mancherà sempre,
che sempre vado dalla parte sbagliata, che galleggiare non è nuotare.
Ma io non so nuotare.
Camminare, correre, volare, cantare. Nuotare, no.
Tutti
devono nuotare? Ad ogni costo? Io non voglio rinunciare a cantare per
nuotare. Io non sacrifico le mie scarpe per nuotare nuda in un mare
sconosciuto, minaccioso, per quanto affascinante esso sembri. Qualcosa
mi spaventa in quel mare, qualcosa non è il mio elemento, di quel mare.
Bello eh il mare. Ma non è il mio elemento.
Il
buco nero, lo guardo e dice oh sì, è il tuo elemento, ma sei una
codarda, hai troppa paura di affogare, codarda e vigliacca. Per quelli
come te resta solo galleggiare e morire di struggente nostalgia.
La
fenice, invece, quando canta dice guardati allo specchio, guardati
negli occhi, guardati dentro, guarda chi sei, accettalo, abbraccialo,
vuoi bene a quella che vedi nello specchio, non rimproverarla perché non
è temeraria. Lei, la tizia nello specchio, ha una storia,
imprescindibile, anche se si racconta che può da essa riscattarsi, che
non è la sua storia, non è vero. Lei è la sua storia, tutti siamo la
nostra storia. La nostra storia fa i nostri bisogni, e dobbiamo
soddisfarli. Nutrirli. E ci sono cibi tossici, nocivi, buonissimi, li
adoriamo. Ma per noi sono velenosi. Nostalgia struggente di quel cibo
meraviglioso di cui non possiamo nutrirci.
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