martedì 23 febbraio 2016

Buco nero

Ogni tanto si apre un buco nero.
Potente, misterioso. Nero. Attira dentro di sè ogni traccia di luce e mi lascia spossata. Facciamo a braccio di ferro, io e lui, il buco nero.
Ogni tanto vince lui. E non ricordo più perché ero felice, perché tutto stava in piedi, perché mi sentivo serena, perché tutto era in ordine, perché andava tutto bene e perché avevo fatto la scelta giusta.
Sento solo un vuoto, un flusso che scorre via dalla mia bocca dello stomaco verso il buco nero, e il senso che qualcosa manchi, che mancherà sempre, che sempre vado dalla parte sbagliata, che galleggiare non è nuotare.
Ma io non so nuotare.
Camminare, correre, volare, cantare. Nuotare, no.
Tutti devono nuotare? Ad ogni costo? Io non voglio rinunciare a cantare per nuotare. Io non sacrifico le mie scarpe per nuotare nuda in un mare sconosciuto, minaccioso, per quanto affascinante esso sembri. Qualcosa mi spaventa in quel mare, qualcosa non è il mio elemento, di quel mare. Bello eh il mare. Ma non è il mio elemento.
Il buco nero, lo guardo e dice oh sì, è il tuo elemento, ma sei una codarda, hai troppa paura di affogare, codarda e vigliacca. Per quelli come te resta solo galleggiare e morire di struggente nostalgia.
La fenice, invece, quando canta dice guardati allo specchio, guardati negli occhi, guardati dentro, guarda chi sei, accettalo, abbraccialo, vuoi bene a quella che vedi nello specchio, non rimproverarla perché non è temeraria. Lei, la tizia nello specchio, ha una storia, imprescindibile, anche se si racconta che può da essa riscattarsi, che non è la sua storia, non è vero. Lei è la sua storia, tutti siamo la nostra storia. La nostra storia fa i nostri bisogni, e dobbiamo soddisfarli. Nutrirli. E ci sono cibi tossici, nocivi, buonissimi, li adoriamo. Ma per noi sono velenosi. Nostalgia struggente di quel cibo meraviglioso di cui non possiamo nutrirci.

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